Il calcio italiano è un disastro? Parliamo di responsabilità, non di alibi. Nota del presidente Mario Russo

𝗜𝗟 𝗖𝗔𝗟𝗖𝗜𝗢 𝗜𝗧𝗔𝗟𝗜𝗔𝗡𝗢 𝗘̀ 𝗨𝗡 “𝗗𝗜𝗦𝗔𝗦𝗧𝗥𝗢”? 𝗣𝗔𝗥𝗟𝗜𝗔𝗠𝗢 𝗗𝗜 𝗥𝗘𝗦𝗣𝗢𝗡𝗦𝗔𝗕𝗜𝗟𝗜𝗧𝗔̀, 𝗡𝗢𝗡 𝗗𝗜 𝗔𝗟𝗜𝗕𝗜.
𝗡𝗼𝘁𝗮 𝘀𝘁𝗮𝗺𝗽𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗽𝗿𝗲𝘀𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗠𝗮𝗿𝗶𝗼 𝗥𝘂𝘀𝘀𝗼
Leggiamo con stupore le dichiarazioni di Gabriele Gravina sulla natura “disastrosa” delle tre serie professionistiche italiane. Da Presidente di una società storica come la 𝗣𝗮𝗹𝗺𝗲𝘀𝗲, che ogni giorno investe risorse reali sul territorio, sento il dovere di riportare il dibattito sul piano della realtà e della coerenza.
𝗨𝗻𝗮 𝗴𝗲𝘀𝘁𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝘂𝗿𝗮𝘁𝗮 𝟭𝟭 𝗮𝗻𝗻𝗶: 𝗶 𝗻𝘂𝗺𝗲𝗿𝗶 𝗻𝗼𝗻 𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼𝗻𝗼
Parlare di sistema insostenibile oggi richiede una riflessione onesta sulla cronologia del potere nel nostro calcio:
𝟮𝟬𝟭𝟱 – 𝟮𝟬𝟭𝟴: 𝗣𝗿𝗲𝘀𝗶𝗱𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗟𝗲𝗴𝗮 𝗣𝗿𝗼.
𝟮𝟬𝟭𝟴 – 𝟮𝟬𝟮𝟲: 𝗣𝗿𝗲𝘀𝗶𝗱𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗙𝗜𝗚𝗖.
𝗔𝗽𝗿𝗶𝗹𝗲 𝟮𝟬𝟮𝟲: 𝗨𝗻 𝗯𝗶𝗹𝗮𝗻𝗰𝗶𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗰𝘂𝗹𝗺𝗶𝗻𝗮 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗮 𝘁𝗲𝗿𝘇𝗮 𝗺𝗮𝗻𝗰𝗮𝘁𝗮 𝗾𝘂𝗮𝗹𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗲𝗰𝘂𝘁𝗶𝘃𝗮 𝗮𝗶 𝗠𝗼𝗻𝗱𝗶𝗮𝗹𝗶.
Dopo undici anni trascorsi ai vertici apicali del sistema, definire la piramide calcistica un “disastro” suona come un’auto-accusa tardiva. Se la Serie C è oggi un focolaio di instabilità, chi ha scritto quelle regole? Chi ha avallato per un decennio iscrizioni basate su garanzie che si sono rivelate fragili? La responsabilità politica di questo “disastro” ha una radice chiara nella gestione dell’ultimo decennio.
𝗜𝗹 𝘀𝗮𝗰𝗿𝗶𝗳𝗶𝗰𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗦𝗲𝗿𝗶𝗲 𝗗: 𝘀𝗲𝗺𝗶𝗽𝗿𝗼𝗳𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗶𝘀𝘁𝗶 𝗻𝗲𝗶 𝗰𝗼𝘀𝘁𝗶, 𝘀𝗼𝗹𝗶 𝗻𝗲𝗶 𝗿𝗶𝗰𝗮𝘃𝗶
Mentre nei palazzi si discute di “raffreddare il sistema”, noi società di Serie D abbiamo affrontato sacrifici enormi. Ci è stata imposta una Riforma dello Sport che ci ha trasformati, nei fatti, in *realtà semiprofessionistiche sotto il profilo degli oneri contrattuali, previdenziali e burocratici*, ma ci ha lasciati totalmente soli sotto il profilo dei ricavi.
Noi sosteniamo i costi del professionismo con il coraggio del dilettantismo. È paradossale sentire parlare di sostenibilità da chi ha permesso che il divario tra la mutualità dei grandi club e la base della piramide diventasse un abisso incolmabile.
𝗖𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼𝗹𝗹𝗶 𝘃𝘀 𝗣𝗿𝗼𝘁𝗲𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶𝘀𝗺𝗼
Affermare che 3 retrocesse su 4 dalla C falliscano non è un argomento contro il numero delle squadre, ma il certificato di fallimento del sistema di controllo federale. Invece di proporre riforme che “blindano” le poltrone di chi è già dentro — proteggendo di fatto i club meno virtuosi — bisognerebbe premiare chi fa calcio sano in provincia. Chiudere il “club dei grandi” significa calpestare il merito sportivo e l’ambizione di piazze come la nostra.
𝗨𝗻 𝗮𝗽𝗽𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗮𝗶 𝗰𝗼𝗹𝗹𝗲𝗴𝗵𝗶 𝗣𝗿𝗲𝘀𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗶
Cari colleghi della Serie D, non possiamo restare indifferenti. Se accettiamo l’idea che il turnover vada “raffreddato” per proteggere lo status quo, accettiamo la fine dei nostri sogni e dei nostri investimenti. La Palmese non accetta lezioni di gestione da chi ha presieduto il declino più buio del calcio italiano.
Il calcio non ha bisogno di meno squadre o di barriere all’ingresso; ha bisogno di una classe dirigente che sappia passare dagli annunci ai fatti, o che abbia la dignità di ammettere che, dopo 11 anni, il tempo delle promesse è scaduto.
𝗜𝗹 𝗰𝗮𝗹𝗰𝗶𝗼 𝗲̀ 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗴𝗲𝗻𝘁𝗲, 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗼𝘃𝗶𝗻𝗰𝗶𝗮 𝗲 𝗱𝗶 𝗰𝗵𝗶 𝗿𝗶𝘀𝗰𝗵𝗶𝗮 𝗶𝗻 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗿𝗶𝗼. 𝗗𝗶𝗳𝗲𝗻𝗱𝗶𝗮𝗺𝗼𝗹𝗼.

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